Oggi1 è il tredicesimo anniversario della morte di John.F.Peppermaus, me ne sono ricordato mentre correvo sotto la pioggia, bagnato dalla testa ai piedi. Entro in classe e Gamboni mi fa “prof, piove mica fuori?” (quando mi chiamano prof, lo fanno sempre con la p minuscola, ma mica è mancanza di rispetto, è affetto e sintesi). Mentre gocciolo lo sgocciolabile sul registro di classe insieme ad una nota per eccessiva ironia di Gamboni (è la decima dall’inizio della settimana, ed è lunedi), ripenso a Peppermaus, al nostro primo incontro, a tutto quello che mi ha dato, a tutto quello che gli ho tolto.

Che mito, il prof. J.F.Peppermaus, JF per gli amici. Lo conobbi sul finire del 1992, quando al terzo anno di università ero a caccia di una tesi di laurea o di un buon motivo per mollare tutto (nella mia testa le due cose erano antitetiche, mi ci sono voluti decenni per capire che invece erano del tutto equivalenti); dopo aver scartato allettanti proposte del tipo “Il megabosone di Garmin è veramente rotto chiralmente? Sicuri?” (il professore che me la propose era sputato sputato a Garmin in persona, ed era anche lui vagamente rotto chiralmente) o l’immancabile tesi al CERN “L’importanza della verniciatura a caldo dei tubi di Freon per la resa del LEP” (all’epoca si chiamava LEP, poi con mossa di marketing astutissima hanno cambiato in LHC, eliminando tutte le vocali ed escludendo quindi la possibilità di usare la sigla come nome proprio, al limite come codice fiscale) cominciavo ad avere dubbi sul futuro.

Quando quelli del collettivo “Okkupi(ti)amo” mi dissero che quel giovedì pomeriggio ci sarebbe stato Peppermaus a tenere una conferenza in aula A rimasi di sasso. Ricordo ancora l’eccitazione dell’attesa, il brusio dei miei compagni di corso, l’odore del pop-corn (ma forse era sudore, più plausibile). Oggi in quelle aule c’è Lettere e Filosofia, ma all’epoca tutto il palazzo di Piazza Torricelli era dedicato al Dipartimento di Fisica. Tu stavi li anche 20 ore al giorno, studiavi in quei locali sapendo che ci aveva vissuto Galileo, era fantastico (andando in bagno la sensazione di appartenenza ad un mondo antico aumentava, eri veramente proiettato nel 1600, bagni compresi, sembrava quasi di trovarcelo proprio dentro, Galileo, a gridare “occupato”).

Ricordo ancora oggi il modo in cui arrivò, camminando a grandi falcate, con un paio di jeans a zampa di elefante completamente devastati in fondo (erano evidentemente troppo lunghi, se li pestava con le Clarks e ad ogni passo un brandello volava via), una camicia simil-Thailandese (non saprei in quale altro modo descriverla) a fiori rossi e maniche corte aperta sul davanti e sotto una improbabile maglietta rossa (forse). Era noto per quel suo modo trasandato di vestire, ed io me ne innamorai subito. I capelli lunghi e poco curati, la barba indecisa talmente casuale da sembrare finta, la pelata in testa; lo so, detto così sembra brutto, ma era un dio, salì sul palco e ci rapì tutti con il suo seminario. Doveva essere di matematica (qualcosa sulle matrici transfinite in 6 dimensioni di cui tre spaziali, due temporali ed una a scelta), ma non so per quale motivo finì a declamare versi di Karmisnov e a ridere come un matto per qualche strana battuta che nessuno capì realmente. Era fatto così, per lui la matematica era poesia, vita, confusione (nostra più che altro), belle donne (sue più che altro). Poteva risolvere un problema complicatissimo sui numeri ettici senza sapere esattamente cosa fossero e viceversa. Un successone quel seminario, ricordo che avevo le lacrime agli occhi ed andai subito a presentarmi, ritrovandomi, bivio fondamentale della mia vita, a parlare di matematica e poesia morta davanti ad una pizza. Matematica di quella pura, scritta con matita improvvisata sul tovagliolo sporco, calcoli unti e birra per assurdo.

Ho incontrato e frequentato JF molte altre volte, dopo quel primo incontro. Mi aiutò a scegliere la tesi (“Forme differenziali e tensori nel tardo romanticismo”), fui suo testimone di nozze (la sposa non si presentò, ma non fu un problema visto che non si presentò nemmeno lui, alla fine l’unico a presentarsi fui io), ci sentivamo quasi tutti i week end (potevo scrivere qui fine settimana, ma week end viene indicizzato meglio dal motore di Google), io facevo domande di matematica e lui rispondeva raccontandomi barzellette sconce. Forse è per questo che oggi certi teoremi non riesco a spiegarli alla lavagna senza arrossire un po’. Fu presente nella mia vita, con la sua matematica, le sue storie amorose e le sue sigarette al timo, sempre, fino a quel maggio del 1997.

Ero dottorando a Trento, stavo per parlare ad un incontro sul tema “Precari oggi; e domani? (sottotitolo: pure)”, volevamo più diritti, ci eravamo impegnati da tempo per ottenere almeno i buoni mensa (poi ce li hanno dati, però dopo aver chiuso la mensa). Ricordo che avevo passato la notte a scrivere un discorso complicato, ispirandomi ad alcuni scritti di Calamandrei ed ad un bellissimo lavoro di J.Deckers che ora non ricordo (tanto bello forse non sarà stato). Non mi piaceva espormi così tanto, uscire dalla mia matematica, stavo finendo la tesi di dottorato tra mille difficoltà (una su tutte la tesi stessa), ma a tutto c’era un limite. Ero stufo di dover elemosinare soldi a destra e a manca per vivere, non essere riconosciuti dalla comunità scientifica (già il titolo, ricordo una volta in una caserma dei Carabinieri a Roma mi chiesero che cosa facessi ed io risposi ingenuo “sono dottorando” per sentirmi rispondere “No signor Ando, non ci interessa sapere che è laureato, volevamo sapere cosa è venuto a fare a Roma con 4 kg di timo nascosti nel fodero della chitarra”). Quando stavo per salire sul palco mi arrivò la notizia, me lo disse Gippo, JF era morto quella notte. Mi dovetti sedere; morto? Lo avevo sentito solo cinque sere prima al telefono, io a Trento lui a San Diego, per discutere sul determinante di una matrice trinomiale; io sostenevo facesse zero, lui sosteneva che non gliene poteva importare di meno. Morto. Come era possibile? La linea spaziotemporale di una persona ha due punti di accumulazione, quelli di JF adesso erano calcolabili. Venne fuori che era morto da vero genio, mentre si lavava i denti era corso, lo spazzolino in bocca, a rispondere al telefono, senza accorgersi di uno dei muri di casa sua (la cambiava spesso, e questo lo metteva in difficoltà); lo spazzolino aveva reciso la trachea, lo hanno trovato così tre giorni dopo, in quell’appartamento, con lo spazzolino schiumante in gola dopo che i vicini si erano allarmati per l’insistente puzza di cadavere al fluoro. Goedel sarebbe stato fiero di una morte così romantica.

Quando arrivò il mio turno di parlare piangevo, salii sul palco con il mio discorso di 12 cartelle, guardai tutte quelle persone (che erano meno delle cartelle, in ogni caso) a cui non fregava un tubo di noi dottorandi, dei precari in generale, della matematica, che sicuramente non conoscevano John F. Peppermaus, i suoi calcoli improbabili, le sue sigarette al timo, le sue orrende camicie. Guardai tutte quelle facce piangendo e riuscii solo a dire “scusate, ma ho lasciato una cosa sul fuoco” mentre correvo via.

Oggi piove, come quel giorno di maggio, come ogni giorno che è venuto dopo. Camminando per le strade di Trento capii che la vita è crudele a volte, che anche la matematica lo è; sfidando le regole sillogistiche elementari ne dedussi che la matematica è vita e decisi quindi che vi avrei dedicato il resto del mio tempo. Ancora oggi quando ragiono su un problema, faccio lezione in classe, leggo un articolo di matematica, ancora oggi mi sembra di sentire la sua voce, con spiccato accento californiano, che mi dice “Riccardo, è tutto sbagliato”.

  1. Queste righe le ho scritte molti anni fa per ricordare e onorare la memoria del mio amico e mentore, J.F.Peppermaus. Le ho volute riportare qui, in questo nuovo posto, per non perdere quella memoria. Non hanno alcun valore, sono solo l’epigrafe di un periodo della mia vita. (Nel trasloco ho apportato alcune modifiche che il tempo ed una rinnovata allergia al me stesso di tanti anni fa hanno richiesto.)