[ Ho scritto questa lettera ormai quattro anni fa; il tempo mi ha sconfitto e sono ancora oggi, come allora, in totale e solitaria minoranza su questa questione. Nel frattempo il registro digitale è diventato realtà in tutte le scuole, compresa la mia, e la visione generale relega chi, come me, ha forti perplessità, al ruolo di dinosauro del passato un po’ reazionario. Pace, per fortuna noi siamo le nostre azioni e poco altro. Nonostante questo (forse per questo) sottoscrivo ogni parola di allora e la ripropongo con alcuni piccoli ritocchi non sostanziali. Ultima avvertenza, parlo di scuola superiore, non ho altre esperienze. Settembre 2019.]

Carissimi genitori

avrei voluto scrivere questa lettera tempo fa, la vita mi ha distratto. Ora l’urgenza di queste parole si è fatta quotidiana, come quotidiani sono i volti dei vostri figli e delle vostre figlie. Perdonerete il tono enfatico, ma li avete affidati a me per alcune ore della loro vita, io li ho accolti e ne ho cura per quanto mi è dato, per quanto sono capace. Sento quindi di dovervi scrivere per condividere alcuni pensieri, per chiedervi anche un favore.

Lo faccio su questo mio spazio personale perché è personale quello che devo dire, non è un’idea ufficiale, non è, credo, molto popolare tra colleghi e colleghe quel che penso e quello che sento di dovervi chiedere. Ma come voi mi avete affidato i vostri ragazzi e le vostre ragazze, io vi affido le mie parole, necessitano anch’esse di cure non meno attente.

Si parla in questi giorni del registro elettronico, argomento che sembra interessare molto le famiglie, mi dicono. Al momento, nella mia scuola, viene usato internamente, ma la strada sembra segnata, l’apertura del registro alle famiglie è cosa imminente. Per obbligo, alcuni dicono. Per non essere gli ultimi, altri dicono. Perché le famiglie lo chiedono, altri ancora. Perché è giusto che la famiglia veda ed acceda alla vita scolastica dei figli in tempo reale, dicono in molti. Cosa sia il tempo e cosa sia reale non lo so, ne ho comunque l’idea di una corsa inarrestabile in cui ci stanno sfuggendo i dettagli, i panorami, il gusto.

Il reale ci ha portato da qualche tempo questo registro elettronico. È legge, dicono, si chiama “dematerializzazione”. Si risparmiano soldi, si risparmia tempo, si risparmia la fatica. È innovazione. Qualsiasi cosa usi un computer diventa innovativo. La generazione dei nostri studenti e delle nostre studentesse è digitale perché usa internet, i tablet, gli smartphone. Basta usare la parola digitale e si aprono le porte del futuro. Meglio ancora della parola “elettronico” che ha già sapore di vecchio. Per risparmiare dunque. Su tutto. Si potrebbe aprire un dibattito su questo punto, se c’è o ci sarà un risparmio, ma non è questo il luogo. Io sono interessato ai miei studenti ed alle mie studentesse, il risparmio lo decidono altri. Il rischio però è che dematerializzando i processi si finisca con il dematerializzare anche le persone; in questo caso la cosa mi riguarda, non posso sottrarmi dagli effetti culturali e didattici che le scelte sul registro elettronico generano.

Ecco, sono qui, su queste pagine che tanto hanno accolto della mia vita, per chiedervi con forza di non usare il registro elettronico. Lo chiedo come educatore, come padre, come persona. Non lo usate, non accedetevi, dimenticate o perdete la password che vi verrà consegnata. Spenderete più tempo, non risparmierete, vi priverete di una comodità. Ma ne guadagnerete in tempo speso bene, sicuramente ne guadagneranno i vostri ragazzi e le vostre ragazze. Questa mia richiesta di favore, ribadisco personale, non è ancora apologia di reato, è invito ad altri percorsi educativi.

Provo ad espandere. Su vari fronti. Mi scuso per la lunghezza, ma il mezzo consente a me il vantaggio dello scrivere, a voi il diritto di non leggere. È chiaramente un’opinione personale quella che vado ad esprimere, non c’è bisogno di dirlo. Ma in un’epoca in cui tutti parlano su tutto con apodittica sicurezza credo sia doveroso ribadirlo: qui scrivo miei pensieri personali, magari sbagliati, magari non condivisibili. Aspetto il confronto, lo desidero.

Primo. Viviamo in un’epoca in cui la confusione tra reale e virtuale è ormai palese a tutti. Si è creato nella vita di molti un deserto sociale costituito da un comodo panorama di conoscenze, interazioni, relazioni mediate da un click. Ho studenti e studentesse (ma conosco anche tanti adulti) che hanno centinaia di contatti su Facebook, ma che non parlano con nessuno per giorni e giorni. Stiamo sostituendo i dialoghi con messaggini, la parola mediata dagli sguardi con i selfie, opinioni con sondaggi e foreste di “Mi Piace”. In questo scenario in cui la parola sociale è stata spogliata del suo significato, la scuola può avere ancora un ruolo di argine, di segnale, di strada altra. Può e deve, la scuola, costituire un altrove dove ritrovare il valore della parola parlata, del dialogo, della stretta di mano, il luogo dove poter e dover dire cose belle o cose brutte direttamente in faccia, appoggiando le parole sugli occhi di chi ci ascolta. Un luogo insomma dove reale e virtuale siano ben distinti, chiaramente distinguibili. Questo facciamo in classe ogni mattina con i vostri figli e le vostre figlie. Parliamo, ci guardiamo. Edifichiamo un muro di dialogo contro una marea di vuoto che ci vuole connessi in modo acritico, che ci vuole risparmiare la fatica della relazione, che ce ne propone un modello semplificato, privo di attriti, un modello di relazione comoda. Quello che la scuola dovrebbe insegnare, invece, è che la relazione umana non è mai comoda, va vissuta con i suoi tagli, le sue frastagliature, i suoi conflitti. Bisogna guardare negli occhi. Accedere al registro elettronico per vedere i voti dei vostri figli e delle vostre figlie vi priverà di qualcosa di importante. Anche se poi comunque ne parlerete di persona con i vostri ragazzi, non sarà più la stessa cosa. Vi chiedo di non lasciare che sia la schermata di un monitor a raccontarvi di loro.

Secondo. Non togliamo ai vostri ragazzi ed alle vostre ragazze la responsabilità delle loro azioni. Se prendo un brutto voto a scuola, devo avere la possibilità di trovare autonomamente il coraggio, il modo ed il tempo per comunicarlo. Lo so che spesso non lo fanno, nascondono, si vergognano, temono. Ecco, il timore va bandito, deve essere sostituito da responsabilità, presa di coscienza, consapevolezza che ad ogni azione corrisponde una conseguenza. Senza timore, con serenità e serietà. Se i ragazzi sanno che i loro voti vengono letti da voi a casa, non avranno più lo stimolo a parlarvene, che siano belli o brutti, non cercheranno più una strada per comunicare, tanto lo sapete già. Devono invece imparare la mediazione umana, devono imparare che si può fallire e si può ammettere di aver fallito. Stanno cominciando a camminare, non possiamo pretendere che si comportino sempre da adulti, lo devono diventare. La responsabilità la si impara sul campo, non con il controllo, ma mostrando fiducia, insegnando loro a meritarsela. Non priviamoli di un momento di crescita importante, la comunicazione delle proprie vittorie o delle proprie sconfitte. Se un ragazzo o una ragazza mente nascondendo un 4 in matematica, vi assicuro che il problema è la menzogna, non il 4; accedere ai voti come forma di controllo non risolve il problema alla base. Su questo dobbiamo lavorare, la matematica viene dopo.

Terzo. I voti stanno sostituendo sempre più il dialogo educativo. Cosa serve per la sufficienza? Questo lo mette nel compito? Come faccio a recuperare? Quanto è la mia media? Le domande che risuonano ogni giorno nelle nostre aule sono macigni sulla strada dell’educazione. Dobbiamo riportare la valutazione dentro i confini per cui è nata, uno strumento utile al percorso educativo, non il percorso educativo stesso. Ridurre tutto ad un numero, per quanto meditato e progettato sia, riduce tutto il processo di apprendimento ad una mera operazione contabile. Io non voglio che le famiglie vedano dei numeri, io voglio che le famiglie vedano i loro figli, con le loro debolezze e le loro meravigliose esplosioni di luce. Un numero non dice nulla su vostro figlio e vostra figlia, nulla.

Quarto. Il controllo delle assenze dal registro, trattandosi nella maggior parte dei casi di minorenni, è punto delicato. Deve la famiglia sapere di assenze? Lo deve sapere in modo automatico? È necessario costringere lo studente o la studentessa alla presenza perché controllati? Possiamo cercare altre strade per giustificare il loro abitare questi luoghi? Da anni nelle classi della mia scuola, anche non mie, faccio un esperimento: chiedo la giustificazione dei presenti, non degli assenti. Se sei presente in aula, devi giustificarti, non se sei assente. La quasi totalità delle giustificazioni ricorrono ad un principio di autorità: sono a scuola perché obbligato. Il controllo automatico della presenza a scuola non può rafforzare, io credo, il senso di responsabilità dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze. L’opposto, temo. Con il registro elettronico forse voi scoprirete le assenze ingiustificate dei vostri figli, forse loro non salteranno più scuola per timore che lo scopriate, sicuramente non incentiveremo la ricerca di argomentazioni altre per la loro presenza in classe.

Quinto. La registrazione degli argomenti svolti a lezione o dei compiti assegnati a casa da consultare poi comodamente in un secondo momento è comodissima e forse costituisce un effettivo vantaggio per famiglie ed anche per noi. Come ho già detto, però, non sempre la comodità è auspicabile nella crescita di una personalità. La capacità di annotarsi le cose da fare, di ricordarsi un impegno o un compito sono da costruire in un ragazzo ed una ragazza, sapere di aver già tutto pronto sicuramente non aiuterà. Ovviamente ci sono casi particolari che vanno seguiti con attenzione (penso ai sempre più numerosi BES), su questo si richiede un impegno da parte degli educatori (che non deve mai mancare).

Sgombro infine il campo da fraintendimenti. Non sono contro la tecnologia, non sono contro i social network, non sono contro il mondo virtuale che c’è o che verrà. Interagisco quotidianamente con i computer da quando avevo dieci anni, vi parlo da un blog, ne ho un altro, ho account su tutti i principali social network, imparo (per scelta) un nuovo linguaggio di programmazione ogni anno, passo molto del mio tempo connesso a scrivere, rispondere, osservare, ho accolto ed accolgo ogni giorno e con anticipo l’innovazione tecnologica. Ho fatto molti errori nella mia vita, ho anche io confuso virtuale e reale, ho sbagliato nel trattare le persone dalla comoda e asettica posizione di un mezzo virtuale. Non sto chiedendo ad altri di non farlo, trovo i mezzi moderni interessanti, a volte utili, spesso indispensabili, un po’ rischiosi. Sto solo chiedendo di non confondere utile con innovativo, di non scambiare possibile con necessario. Non tutto quello che si può fare è giusto che si faccia, non in tutti i contesti. Sto solo chiedendo di lasciare aperti altri canali, di non ridurre tutto ad un click. Non quando si tratta di educare, di crescere, di accompagnare. Non sto chiedendo di non seguire i vostri figli e le vostre figlie, di non interessarvi a loro; il contrario, sto chiedendo di farlo con la parola, gli occhi, l’abbraccio, non da uno schermo di un computer. Lo so che tutti questi mezzi tecnologici sono comodi, ma credo che la comodità non sia un’esigenza del percorso educativo. Accogliamola nel prenotare una stanza d’albergo, nel comprare un biglietto del treno, nel fare un bonifico bancario. Teniamoci invece la fatica e la scomodità quando si tratta di relazioni umane. Lasciate spento il registro elettronico.

So che molti genitori, tutti probabilmente, nonostante i nuovi mezzi informatici continueranno a parlare con i propri figli, con noi insegnanti. Ho fiducia nella maturità relazionale che i vostri figli spesso mostrano nei vostri confronti. Ma come dice una persona a me cara, se costruisci un ponte prima o poi lo attraverserai. O come diceva Checkov, credo, se in un racconto compare una pistola, prima o poi dovrà sparare. Succederà che la fretta, la vita, l’occasione vi potranno indurre un giorno a guardare un voto di vostro figlio o vostra figlia prima che sia lui o lei a comunicarvelo. Vi basterà un movimento virtuale della mano, il suono di un click. Sarà un uragano, quel suono. Sono fermamente convinto che quel giorno avrete perso un pezzo di vostro figlio. Vi chiedo di non farlo. Proseguite nello sforzo che avete sempre fatto di chiedere, di parlare, di ascoltare. Lasciate che siano i vostri ragazzi e le vostre ragazze a comunicarvi i loro successi, i loro sbagli. Se i vostri figli vi nascondono la loro vita scolastica, se vi sfuggono, insistete, inseguite, sarà una strada faticosa ed in salita, lo avete fatto fino ad ora e lo sapete. Ma è l’unica strada percorribile. Parlate ancora con loro. Parlate ancora con noi insegnanti. Se gli orari di ricevimento non bastano (e non bastano, lo so) allora chiedete, pretendete altri orari, più spazi e più tempo. Ne avete diritto, noi ne abbiamo dovere. Chiedeteci di venire il sabato, la sera, di parlarci per telefono, chiedeteci e pretendete la nostra voce, la avrete.

Non togliamo ai vostri figli ed alle vostre figlie lo spazio per crescere e maturare, non trasmettiamo loro l’immagine di una società che controlla invece di accompagnare, non dematerializziamo le loro aspettative, diamo loro fiducia, facciamo in modo che imparino a meritarsela, facciamo in modo che sappiano assumersi responsabilità via via più grandi. Ne va del loro futuro, e anche del nostro.

Con sincera stima, RG