Raramente, ormai, faccio visita all’aula dei miei studenti persi, ragazzi e ragazze che non ho saputo aiutare. Per incuria, stupidità, perché mancava il tempo, perché non mi sono accorto. Un tempo la frequentavo quasi ogni sera, a volte con timore, più spesso con speranza. Nelle lezioni immaginarie ed immaginate trovavo il conforto di un risarcimento tardivo, parlavo loro a lungo, i volti confusi dal tempo e dall’età non sempre attenti, ma presenti. La presenza, questo importava. Mia e loro. Cercavo, nelle notti senza sonno, di spiegare loro la matematica come non ero riuscito a spiegarla nelle aule vere, quelle sporche di gesso e fretta, dimora dei nostri ultimi incontri. Egoisticamente mi immaginavo un perdono, magari solo accennato da un sorriso inventato, da uno sguardo confuso.

Da qualche tempo entro in quell’aula con una nuova paura, la luce mi sembra più bassa di un tempo, i volti privi di pietà, nessun risarcimento nelle mie parole. E quando mi avvicino alla lavagna immaginaria non riesco quasi più a parlare, non riesco quasi più a voltarmi. Perché da qualche tempo c’è un banco nuovo, sul lato sinistro, quello delle finestre. Da qualche tempo evito le lezioni che un tempo mi davano sollievo temporaneo, se posso salto l’ora e non ascolto la campanella che suona solo dentro di me. Da qualche tempo nell’aula dei miei studenti persi, seduto alla finestra come gli altri, c’è mio figlio.