La più bella descrizione di una mente avulsa dal reale l’ho incontrata da ragazzo nei versi di William Wordsworth, pochissime parole di grande peso, come il pezzo di marmo a cui si riferiscono.

… Of Newton with his prism and silent face,

The marble index of a mind for ever

Voyaging through strange seas of Thought, alone.

I versi si trovano nel terzo libro del Preludio e descrivono la statua di Newton che il giovane Wordsworth poteva vedere (o forse indovinare) da studente del St. John college, a Cambridge. Ho letto questa maestosa descrizione di un esilio necessario per la prima volta nella prefazione di Bernard Cohen alle Optiks di Newton. Invano ho cercato le parole nella mia edizione del Preludio (traduzione e note di Bacigalupo della versione del 1805). Solo recentemente ho scoperto che le due righe finali (le più belle) furono introdotte solo nel 1839; il Preludio fu un’opera in continua evoluzione, come ognuno di noi.

Mi colpisce quel forever unito al definitivo alone. Il mare del pensiero solcato da Newton ha forse richiesto solitudine, necessaria e vitale. E quella statua immobile è il contrasto con la vita frenetica del college descritta dal poeta nei versi successivi. Immagino la mia quotidianità, il correre degli studenti e delle studentesse, il trafelato brusio tra una lezione e l’altra, le tante parole del mattino (laddove forse ne basterebbero poche). Ci vorrebbe una statua dal volto silenzioso nei corridoi di ciascuna scuola dove appoggiare ogni tanto lo sguardo.