Capita che il tempo riesca a trovare spazio in alcune foto; si ferma, riproduce per sempre un gesto, uno sguardo, l’impressione di un movimento inventato o immaginato. Stamane durante un compito in classe ho proiettato due foto trovate per caso, due immagini in bianco e nero in cui il tempo ha deciso una pausa. Einstein e de Sitter discutono davanti ad una lavagna nel 1932, evidenti i segni della relatività generale ed il seme della loro collaborazione. Nella prima immagine sembrano entrambi pensierosi, quasi incerti. La seconda, più dinamica, mostra Einstein indicare qualcosa sulla lavagna, un gesto che sembra alludere ad una spiegazione, de Sitter guarda con le mani in tasca, pare quasi di sentirlo annuire. Sullo sfondo, in entrambe le foto, l’immancabile lavagna, l’eterno spazio dove la matematica diventa polvere. E mentre i ragazzi e le ragazze costruivano le loro incertezze e le loro speranze sul foglio, quell’infinito piano d’ardesia testimoniava, nel tempo e nello spazio, un piccolo nucleo di passione, qualcosa che è rimasto. In questa piccola immortalità io fondo il mio credo.