Non sono nemmeno sicuro di voler tenere un diario, un cimitero di pagine iniziate testimonia la mia incapacità. Da qualche parte, però, bisogna cominciare a ricostruire lo scorrere del tempo, o almeno una sua imitazione. Le giornate indistinguibili diventano un enorme piano d’ardesia senza gesso e noi, privilegiati ai margini del disastro, abbiamo solo questo da fare, ricostruire una parvenza di tempo. Scrivo queste poche righe dopo che Anna Wislawa si è addormentata; mi sono seduto accanto al suo piccolo letto in attesa del respiro regolare (ecco un’altra forma di clessidra, il leggero movimento ritmico del lenzuolo) sentendomi una forma assoluta ed antica. Ho visto nel mio profilo, seduto al buio, quello di tanti (tutti?) genitori impegnati, da sempre e per sempre, in gesti simili, custodire il sonno dei loro bambini. Ho pensato alla immane tragedia di chi un genitore lo ha perso, di chi aspetta sul bordo, di chi forse è solo e vorrebbe un respiro da accudire la notte. Ho rivisto il volto di Francesco bambino in un letto tanto simile a questo, ma ormai inaccessibile. Ho pensato a Carla Q che insegna alla piccola Anna la simmetrica disposizione dei semi in un vaso e delle parole in una frase, atti che generano la vita. E forse è questo di cui ora ho bisogno in un esilio dai confini incerti: piccoli atti di fertilità.

Allora torno a leggere Borges, torno a costruire invarianti, torno a far finta di dipingere, accolgo con emozione le parole dei miei studenti e delle mie studentesse, costruisco una parvenza di tempo in attesa che torni quello vero.