Parlavo dello scorrere del tempo e c’è stato un periodo della mia vita in cui ho avuto la presunzione di ritrarlo in formule e teoremi, di fissarlo nero su bianco su una rivista di fisica mediocre e dimenticata. I giorni di esilio sono tutti uguali (avrei detto isomorfi, da giovane), ci si accorge della differenza nei dettagli di un vestito, nella scadenza delle lezioni senza aula, nel messaggio di una voce amica, piccoli orologi imperfetti. Stiamo imparando ad usare al posto del calendario il tentativo dell’oleandro di fiorire, l’esito del travaso del basilico, la scadenza non rispettata di un appuntamento telefonico. Un mondo senza tempo è un mondo senza aritmetica; rimane lo spazio e l’inesorabile geometria di una casa imparata a memoria. Le mattine di corridoi, scarpe, scale, corse, lavagne, errori e riscatti, un caffè forse rubato al suono della campanella, le scadenze quotidiane di una vita sono sostituite dal rigido rettangolo di un monitor, un piano euclideo dove si perdono le curvature di un volto e tutto viene ridotto a pochi assiomi, qualche angolo, rette solo apparentemente infinite. In lontananza si sente parlare di ripartenza e il suono incessante delle macchine che triturano tutto di cui parlava WS.

Immagino le aule vuote, le lavagne rimaste in attesa, mi chiedo inutilmente se sia finito il gesso in 4N, se l’armadio di 3C sia ancora pieno delle loro cose, quali volti nuovi accoglieranno i banchi di 5H.

Aspettavo un tempo nuovo, ma forse aveva ragione Gödel a cercare linee chiuse nel suo strano universo. Torneremo al punto di partenza e non avremo imparato nulla.