Questa è forse la cosa più politica che io abbia mai scritto. Motivata dalla realtà contingente, cosa per me rara. Non mi è facile espormi, ma si legge tanto in queste ore, aggiungo la mia irrilevante mano alzata per parlare. Mi ci vuole tempo e spazio. E pazienza, mia e di chi legge. Rimane un panorama personale, senza pretesa di universalità; ognuno cade verso la singolarità a modo suo, ognuno ha il proprio orizzonte degli eventi.

Ho scelto questo mestiere con molta difficoltà, ho dovuto strappare il mio precedente universo fatto di sacrifici e sogni giovanili. Una annichilazione dolorosa. Non è stato semplice, ma quando ho deciso, l’ho scelto e l’ho fatto. Ho partecipato ad un concorso pubblico (l’ultimo), ho superato prove e selezioni. Non ho meriti per la cattedra che ho ottenuto, ho avuto la fortuna di trovare una strada in quel momento per me percorribile, altri ed altre più meritevoli sono rimasti fuori. Ma, lo ripeto, ho scelto.

E da quel giorno non mi sono mai pentito. Non per ruolo, stipendio o contabilità del tempo, ma per i ragazzi e le ragazze che da quel momento hanno iniziato a popolare il mio quotidiano. Un universo in espansione, un firmamento da cui imparo ogni singolo giorno. I miei studenti e le mie studentesse sono il mio datore di lavoro, la mia Costituzione, l’orizzonte del mio mestiere. Da questi ragazzi e queste ragazze, siano dietro un banco o uno schermo, ho imparato più di quanto io potessi sperare in una vita di ricerca.

Lo dico con convinzione, ho un debito verso Tutti e tutte, bravi e meno bravi, motivati, persi, distratti, attenti, volenterosi o già arresi. Non è retorica, è quotidiana esperienza. In questi mesi difficili, come tutti i colleghi e le colleghe, mi sono speso nel tentativo di non perdere nessuno. Lo confesso, nella mia situazione comunque privilegiata, sono stanchissimo e non ho più molte risorse. E come me anche i ragazzi e le ragazze. Abbiamo dato e stiamo dando.

Ma forse non è bastato. Sento e so di aver perso, di non aver fatto abbastanza. Ho cercato di far bene, il mio bene e il loro bene, coincidente quasi sempre. Ma nella drammatica e imprevedibile situazione di questi mesi temo non sia sufficiente. E allora se mi si chiede di più, io ci provo. Lo dico da tempi non sospetti e non mi tiro certo indietro adesso che sono stanco: io vado dove c’è occasione di insegnare e di segnare, dove si costruisce una opportunità per la parola, vado dove posso imparare, dove si può includere, curare, accompagnare. Se mi dicono che qualcosa è mancato, non mi sottraggo, alzo la mano e mi dichiaro presente. Se mi dicono che devo andare il pomeriggio, vado il pomeriggio. Se mi dicono che devo andare nei we, vado nei we. Se mi dicono che devo andare d’estate, vado d’estate. Se adesso non ho più energie, le troverò. Chiedo in cambio una lavagna (il gesso lo porto io), rispetto per l’impegno enorme di questi studenti e di queste studentesse, la promessa di una nuova stagione che includa, accolga, valorizzi. Non nel vuoto linguaggio della burocrazia, ma nel quotidiano lavoro tra i banchi. L’occasione c’è, io, nella mia minuscola porzione di spaziotempo, ci sono. Stanco, ma ci sono.