Cari studenti, care studentesse. Di tutte le lettere, le parole, le pause, dei silenzi e di tutte le lezioni di questi anni conservo un ricordo preciso. I volti, negli anni, si confondono, le voci si sovrappongono, i nomi si perdono. Ma le parole no, le parole rimangono. Le vostre nascoste dietro una mano alzata, farfugliate per paura di scoprire di aver voce, incerte per età. E le mie, sbriciolate sul nero di una lavagna tra formule magiche e disegni inutili, sussurrate durante i compiti in classe, preparate durante le lunghe notti in cui abito la mia scrivania. Parole potenti, le nostre. Parole del ricordo, parole della cura, mia e vostra.

Scrivo a voi, ragazzi e ragazze, per accidente del tempo. Scrivo a voi per scrivere a Francesco e ad Anna W, ai miei figli ed alle mie figlie, passati e futuri, a chi ha condiviso con me fragilità e slanci di potere, ai tanti ed alle tante che ho cercato, a volte inutilmente, di non perdere. Scrivo a voi che ieri mi avete ascoltato come tante altre mattine. Che mi avete accolto in ogni mia piccola forma di fragile e determinato insegnante. Ho sempre cercato, siete testimoni, il bello in ogni nostro momento. Se la matematica è politica come dice Chiara Valerio, a maggior ragione è politica il suo insegnarla, il modo in cui la raccontiamo, il modo in cui la valutiamo. Da anni in questo strano modo faccio politica. Anzi, come ormai ho imparato a chiamarla, guerriglia. E nel fango di ogni mattina siamo tutti presenti, ognuno e ognuna con il proprio bagaglio, con la propria unica prospettiva. Ho cercato per anni di trovare la strada giusta per insegnare matematica, ho provato strade, percorsi, sentieri sterrati, ferrate. Adesso ho capito perché ho fallito, adesso mi è chiaro: ho sempre pensato di doverlo fare da solo, di dovermi fare carico di ogni singola solitudine. Quante volte vi ho osservato durante i compiti in classe, quante volte non ho trovato le giuste parole, quanti acquarelli sfocati ho buttato sul bordo di fogli archiviati. Insieme, sempre insieme, solo insieme, questo è il segreto. Ognuno porta quel che vuole, quel che può. E abbiamo scoperto proprio ieri che è tantissimo, una enormità.

Siamo tutti diversi, ma tutti fondamentali. Con fatica sto imparando a cercarmi, a non nascondermi più, fatelo anche voi. Accettate, siate consapevoli del vostro percorso, dei vostri (tanti) talenti. La matematica, lo dico sempre, è solo una scusa. Ieri mattina, in classe, avete ascoltato le mie parole con più attenzione, avete accolto il mio racconto, avete accettato con naturalezza la mia diversità di autistico af. L’ho detto, ho usato una parola potente, importante. E sono felice di averlo fatto con voi. L’avete presa, raccolta, so che la custodirete con affetto come io custodisco con affetto ogni vostra meravigliosa diversità. Non abbiate paura mai delle parole, non abbiate paura mai del confronto, della condivisione, della piccola gioia di dire chi siete. Perché io vi guardo ogni mattina e vedo la vostra luce. Accettate la diversità degli altri come avete accolto in tutti questi anni (senza saperne il nome) la mia. Ma soprattutto accogliete la vostra, rivendicatela, fatene bandiera non per segnare confini, ma per raccogliere alleati. Sarete, a quel punto, invincibili.

Con tutto l’affetto di cui sono capace, prof.